Il Codice Deontologico dei Consulenti (Counselors) del benessere

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Un codice deontologico è lo strumento scritto che stabilisce e definisce le concrete regole di condotta che devono essere rispettate nell’esercizio di un’attività professionale di CONSULENZA.

I principi in forza dei quali la scienza psicobiologica è stata applicata alla cura della persona, intesa come attività di consulenza sullo stile di vita, riflettono quindi una loro elaborazione alla luce della riflessione etica circa il ruolo, i limiti e l’ambito di competenza del Consulente in materia di salute, con particolare riferimento al rispetto per la propria dignità professionale e per l’interesse del prossimo a ricevere un servizio professionale e competente.

Il rapporto tra professionista e cliente, infatti, è un rapporto necessariamente asimmetrico, ma nel quale entrambi sono reciprocamente creditore e debitore ciascuno per le prestazioni che deve compiere: quella professionale da un lato e quella relativa al pagamento della consulenza dall’altro.

In termini strettamente giuridici, questo rapporto si configura come un contratto d’opera regolato dallʼart.2222 del codice civile. In quanto tale, esso richiede che i contraenti si comportino secondo buona fede e che, nell’esecuzione del suo compito, il Consulente si attenga ai principi che regolano l’attività del buon padre di famiglia.

Il codice deontologico è la carta d’identità del Counselor e una guida che orienta e rassicura.

Nell’elaborazione del codice deontologico sono state individuate quattro finalità:

1. La tutela del cliente.
Si tratta di tutte le regole che tendono ad assicurare il rispetto e la correttezza professionale, che si radicano sulla fiduciarietà del rapporto. Si pensi, per esempio, alle norme che attengono al segreto professionale (art.11-17) o al divieto di trarre vantaggi, economici o di altra natura, che vadano al di là del giusto compenso (art.28) o all’obbligo della corretta informazione (art.9). Quest’ultimo è forse l’obbligo più tipicamente ricollegato all’attività di consulenza e al quale il Counselor deve fare continuo riferimento.

2. La tutela del professionista nei confronti dei colleghi.
Si tratta di regole di solidarietà e colleganza, come quelle contenute nell’art. 35, relativo al divieto di appropriarsi fraudolentemente dei prodotti del pensiero dei Colleghi, o quello contenuto nell’art. 36, e cioè il divieto di dare pubblicamente giudizi negativi a proposito della formazione e della competenza di altri consulenti della salute.

3. La tutela del gruppo professionale.
Non si tratta, evidentemente, di regole destinate a proteggere privilegi o prerogative legate ad interessi di alcun tipo, ma soltanto l’insieme delle regole di decoro, dignità, professionalità e autonomia nei confronti di altre professioni, oltre all’obbligo morale di denunciare i casi di abusivismo.

4. La responsabilità nei confronti della società.
Ci riferiamo alle regole sul dovere di utilizzare le conoscenze sul comportamento umano per promuovere il benessere dell’individuo, del gruppo e della comunità, secondo la visione biopsicosociale della salute come quelle contenute negli articoli 3 o 34.

Il codice deontologico è formato da 4 parti:
Capo I – Principi Generali.
Capo II – Rapporti con l’utenza e la committenza.
Capo III – Rapporti con i colleghi.
Capo IV – Rapporti con la società

I° parte: Principi generali (articoli da 1 a 13)

Articolo 1
Per tutti coloro che si riconoscano nei principi e nelle norme del presente codice, non è ammessa ignoranza. Le norme del codice non vanno osservate perché ogni deviazione rispetto ad esse è sanzionabile, ma perché esse riflettono lo stretto collegamento tra deontologia e vincolo etico, che è l’imperativo interiore guida della professione.

Questo articolo stabilisce il principio per cui il Counselor deve evitare ogni condotta, attiva od omissiva, che sia contraria al decoro, alla dignità e al corretto esercizio della professione.

Esso si fonda sulla considerazione che la deontologia precede la formazione del codice deontologico, che, infatti, altro non è che la concretizzazione di tale comune sentire in forma scritta ed esplicita. Si deve intendere per decoro e dignità lo stile che nell’atteggiamento, nei modi e nella condotta è conveniente alla condizione professionale del Counselor, come sarà esaurientemente specificato e illustrato negli articoli successivi. La correttezza professionale consiste nell’aderenza ai principi informatori della deontologia nei rapporti con i clienti, con i pazienti, con i Colleghi: rispetto, onestà e lealtà.

Articolo 2
Il Counselor della Salute (di qui in poi solo Counselor o consulente) è un consulente professionale in relazione d’aiuto, il cui oggetto è l’analisi dello stile di vita della persona, e il cui compito consiste nel chiarire e aiutare a comprendere gli aspetti problematici della vita del cliente, in modo da aiutarlo a rendersi consapevole delle caratteristiche uniche della sua personalità e del significato della sua vita secondo la visione psicobiologica di essa. Spetta al Counselor aiutare il cliente a sviluppare le sue risorse positive, in modo da metterlo nelle condizioni di effettuare scelte e adottare comportamenti virtuosi e razionali rivolti al mantenimento e al miglioramento della qualità della vita in senso adattivo. E’ altrettanto importante informare il cliente in modo che possa essere edotto e consapevole degli effetti benefici che possono prodursi a seguito della sottoposizione a rituali particolarmente affascinanti e suggestivi ma che, nella maniera più assoluta, non devono costituire una alternativa alle cure mediche e psicologiche fondate su basi scientifiche.

Articolo 3
Il Counselor considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il miglioramento della qualità della vita dei suoi clienti e del prossimo secondo la visione biopsicosociale della salute. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace, acquisendo la capacità di distinguere tra situazioni che richiedono il ricorso alla razionalità, e quelle in cui è possibile, o utile per il miglioramento della qualità della vita, lasciare spazio alla sfera emozionale, affettiva e dei sentimenti. Il Counselor è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri, anche se non direttamente, e solo attraverso un rapporto di consulenza; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.
Il Counselor deve prestare la massima attenzione per far sì che la sua attività, di consulenza, informativa e non prescrittiva, non crei in alcun modo una qualsiasi forma di dipendenza o condizionamento diretto sulle scelte di vita del cliente. Il Counselor è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze.

Articolo 4
Nell’esercizio della professione, il Counselor rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità.
Il Counselor si ispira, nell’esercizio della sua attività e nella propria visione della vita, a principi psicobiologici, e utilizza metodi e tecniche autonome di tipo psicobiologico, non di competenza psicologica o medica, salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. Quando sorgono conflitti di interesse tra il cliente e l’istituzione presso cui il Counselor opera, quest’ultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto. In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell’intervento di consulenza non coincidano, il Counselor tutela prioritariamente il destinatario dell’intervento stesso.

Articolo 5
Il Counselor è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi in tutte le discipline che si occupano, a diverso titolo, di salute e qualità della vita. Riconosce i limiti della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico-pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. Il Counselor impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate. Quando gli strumenti di analisi e di consulenza nella cura della persona che egli utilizza nella relazione di consulenza non abbiano il conforto della conferma di studi scientifici, egli è tenuto a renderlo noto al cliente, specificando quali siano le affermazioni supportate da evidenze scientifiche rispetto a quelle frutto della propria elaborazione e interpretazione personale.

Articolo 6
Il Counselor accetta unicamente condizioni di lavoro che non compromettano la sua autonomia professionale ed il rispetto delle norme del presente codice, e, in assenza di tali condizioni, rifiuta di fornire la sua consulenza. Il Counselor salvaguarda la propria autonomia nella scelta dei metodi, delle tecniche e degli strumenti psicobiologici, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava. Nella collaborazione con professionisti di altre discipline esercita la piena autonomia professionale nel rispetto delle altrui competenze.

Articolo 7
Nelle proprie attività professionali, nelle attività di ricerca e nelle comunicazioni dei risultati delle stesse, nonché nelle attività didattiche, il Counselor valuta attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte; espone, all’occorrenza, le ipotesi interpretative alternative, ed esplicita i limiti dei risultati. Il Counselor, su casi specifici, esprime valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta ovvero su una documentazione adeguata ed attendibile.

Articolo 8
Nello svolgimento della sua attività professionale, il Counselor, consapevole della necessità di non invadere l’ambito di competenza di altre categorie professionali, non prescrive mai rimedi, strumenti di cura, né fornisce consigli e suggerimenti legati alle proprie convinzioni, ma illustra sempre le diverse opzioni a disposizione del cliente, i pro e contro di ognuna di esse, i limiti e le possibili conseguenze, positive e negative, di ogni possibile scelta, esprimendo un proprio parere argomentato e motivato sulla base di documentabili evidenze provenienti dalla letteratura scientifica, e prestando attenzione a che la scelta definitiva sia frutto della determinazione consapevole e libera del cliente.

Articolo 9
Il Counselor è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.

Articolo 10
Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, il Counselor limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Articolo 11
Nel caso di collaborazione con altri soggetti parimenti tenuti al segreto professionale, il Counselor può condividere soltanto le informazioni strettamente necessarie in relazione al tipo di collaborazione.

Articolo 12
La segretezza delle comunicazioni deve essere protetta anche attraverso la custodia e il controllo di appunti, note, scritti o registrazioni di qualsiasi genere e sotto qualsiasi forma, che riguardino il rapporto professionale.

Articolo 13
In ogni contesto professionale il Counselor deve adoperarsi affinché sia il più possibile rispettata la libertà di scelta, da parte del cliente, del professionista cui rivolgersi. Il Counselor non svolge una attività di tipo clinico-terapeutico ed è a medici, psicologi e altri professionisti abilitati in ambito sanitario che egli indirizzerà il suo cliente, quando ritenga che ciò di cui ha bisogno non si limita a una consulenza in tema di salute.

II° parte: Rapporti con l’utenza e la committenza (art da 14 a 19)

Articolo 14
Il Counselor adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente, e non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi.

Articolo 15
Il Counselor pattuisce nella fase iniziale del rapporto quanto attiene al compenso professionale. In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e non può essere condizionata all’esito o ai risultati dell’intervento professionale. La prestazione o la consulenza non possono essere presentate o intese dal Counselor come “tentativo” di aiuto, ma devono consistere in un aiuto concreto, avendo sempre presente l’ambito di competenza e le risorse a disposizione.

Articolo 16
Il Counselor, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all’individuo, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Se la prestazione professionale ha carattere di continuità nel tempo, dovrà esserne indicata, ove possibile, la prevedibile durata.

Articolo 17
Il Counselor si astiene dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale ove propri problemi o conflitti personali, interferendo con l’efficacia delle sue prestazioni, le rendano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte. Il Counselor evita, inoltre, di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell’utenza qualora la natura di precedenti rapporti possa comprometterne la credibilità e l’efficacia.

Articolo 18
Il Counselor valuta ed eventualmente propone l’interruzione del rapporto di consulenza e della relazione d’aiuto quando constata che il cliente non trae alcun beneficio da esse e non è ragionevolmente prevedibile che ne trarrà dal proseguimento del rapporto professionale stesso. Se richiesto, fornisce al cliente le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.

Articolo 19
Il Counselor evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi di analisi, di informazione e di consulenza nell’ambito della relazione d’aiuto rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. Al Counselor è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito.

III° parte: Rapporti con i colleghi (art da 20 a 22)

Articolo 20
Il Counselor si astiene dal dare pubblicamente su colleghi giudizi negativi relativi alla loro formazione, alla loro competenza ed ai risultati conseguiti a seguito di interventi professionali, o comunque giudizi lesivi del loro decoro e della loro reputazione professionale. Costituisce aggravante il fatto che tali giudizi negativi siano volti a sottrarre clientela ai colleghi.

Articolo 21
Il Counselor accetta il mandato professionale esclusivamente nei limiti delle proprie competenze. Qualora l’interesse del committente e/o del destinatario della prestazione richieda il ricorso ad altre specifiche competenze, il Counselor propone la consulenza ovvero l’invio ad altro collega o ad altro professionista.

Articolo 22
Nell’esercizio della propria attività professionale e nelle circostanze in cui rappresenta pubblicamente la professione a qualsiasi titolo, il Counselor è tenuto ad uniformare la propria condotta ai principi del decoro e della dignità professionale.

IV° parte: Rapporti con la società (art. 23)

Articolo 23
Il Counselor presenta in modo corretto ed accurato la propria formazione, esperienza e competenza. Riconosce quale suo dovere quello di aiutare il pubblico e i clienti a sviluppare in modo libero e consapevole giudizi, opinioni e scelte.

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